PAROLA AGLI SCOUT. Libertà di Espressione, ecco come informarsi in maniera libera e consapevole 6 Luglio 2026 Cronaca Riceviamo e pubblichiamo un lavoro realizzato dal clan Calcutta Sisters del gruppo scout Milazzo 1. «Quest’anno per la conclusione del nostro capitolo abbiamo deciso di scrivere un articolo per riassumere quello che abbiamo tratto dal nostro lavoro, con l’obbiettivo di far conoscere alla società l’importanza di sapersi informare in maniera libera e consapevole». Come anticipato, il nostro capitolo tratta della libertà di espressione. In una società nella quale siamo costantemente sommersi da informazioni, notizie, post e avvenimenti, che ci richiedono sempre di più di dover “stare sul pezzo” abbiamo questa illusione di sentirci pienamente e correttamente informati, quando la realtà è ben diversa. Ma siamo davvero sicuri di ciò che leggiamo? L’argomento è stato da noi affrontato in tre macro-sezioni. INQUINAMENTO INFORMATIVO. L’inquinamento informativo è un fenomeno sempre più presente nella vita quotidiana. Attraverso social network, siti web e altri mezzi di comunicazione, ogni giorno veniamo esposti a una quantità enorme di informazioni che si diffondono in modo rapido e continuo. Tuttavia, non tutte le informazioni che riceviamo sono accurate o affidabili. Sia l’eccesso di contenuti sia la presenza di notizie false o ingannevoli possono influenzare il nostro modo di informarci, comprendere la realtà e prendere decisioni consapevoli. L’information overload (o sovraccarico informativo) è il risultato dell’esposizione degli individui a una quantità di informazioni superiore alla loro capacità di elaborazione, con conseguenze sull’attenzione, sulla comprensione e sulla capacità di prendere decisioni. Lo sviluppo della tecnologia ha contribuito all’aumento di questo fenomeno, che viene presentato anche come una forma di dipendenza. Ci sono soggetti che, passando in continuazione da un sito web all’altro, non riescono a fermarsi né a ricordare le informazioni ricevute, poiché percepiscono tutto come un “rumore” nel quale non si riescono a distinguere i dati più importanti. Ad oggi tutto sembra essere importante e urgente; leggere post, aggiornamenti e titoli rapidi ci dà una sensazione di controllo sulla nostra informazione quando, in realtà, ciò non equivale a una comprensione profonda della notizia. Questo fenomeno è già stato studiato da numerose università, tra cui quella di Padova, riscontrando un calo dell’attenzione poiché quest’ultima è per noi una risorsa limitata. A questo proposito, è interessante l’esperimento delle marmellate condotto da Sheena Iyengar e Mark Lepper. In un supermercato vennero allestiti due banchi: uno con 24 e uno con 6 tipi di barattoli di marmellata. Il banco con 24 barattoli attirava più persone, ma solo il 3% circa acquistava. Il banco con 6 opzioni, invece, attirava meno clientela, ma di questa il 30% comprava il prodotto. Ma, quindi, come possiamo gestire questo fenomeno? Innanzitutto, riducendo le fonti, scegliendone poche e affidabili, imponendoci dei limiti di tempo per informarci (prevenendo così lo scrolling compulsivo), ricordandoci di fare delle pause e provando a identificare e dare delle priorità alle notizie che stiamo leggendo. Il problema dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la creazione di informazioni false è che riesce a imitare le voci e lo stile di scrittura dei testi in modo così preciso da renderne la differenza quasi impercettibile. I social network utilizzano algoritmi progettati per inviare all’utente contenuti simili a quelli cercati in precedenza. Di conseguenza, se una persona visualizza un video generato dall’IA, continuerà a riceverne di analoghi. Inoltre, sistemi automatizzati come i bot, registrando l’aumento delle visualizzazioni, generano nuovi video a catena, contribuendo ad alimentare l’inquinamento informativo. Spesso si sente dire che i giovani di oggi siano più fragili rispetto alle generazioni precedenti. Sebbene questa affermazione sia una semplificazione, alcuni fenomeni legati al modo in cui riceviamo le informazioni e alla loro qualità influenzano il nostro benessere e la percezione di noi stessi. Uno di questi è l’euristica della disponibilità, un meccanismo mentale che ci porta a giudicare la frequenza o l’importance di un fenomeno in base agli esempi che ricordiamo più facilmente. Di conseguenza, se siamo continuamente esposti a notizie negative o a contenuti che mostrano successo, bellezza e perfezione, possiamo arrivare a pensare che queste situazioni siano molto più comuni di quanto non siano in realtà. A questo si collega la teoria del confronto sociale: gli esseri umani tendono naturalmente a confrontarsi con gli altri per valutare sé stessi. Tuttavia, sui social ci si confronta spesso con una realtà parziale e filtrata, come relazioni apparentemente perfette, risultati scolastici eccellenti, corpi ideali o successi professionali. Vedendo solo il risultato finale e non il percorso, gli sforzi o le difficoltà che stanno dietro a tutto ciò, si sviluppano un senso di inadeguatezza e la sensazione di essere in ritardo rispetto agli altri. In questo modo i social possono contribuire a creare aspettative irrealistiche e una percezione distorta della realtà, influenzando il modo in cui valutiamo noi stessi e gli altri. STRUMENTI PER LA RICERCA DELLE FONTI. C’è stato un tempo in cui bastava digitare due parole su Google per trovare tutto, ma quel tempo è finito. Oggi chi studia o fa ricerca si ritrova sommerso da una montagna di dati e, di conseguenza, i vecchi motori di ricerca annaspano. La risposta delle università sono i discovery tool: cataloghi unificati come OneSearch che setacciano libri, banche dati e archivi digitali con un solo clic. Offrono la semplicità di Google, ma applicata a contenuti verificati. Il problema? Gli algoritmi che ordinano i risultati seguono spesso logiche commerciali opache, e l’accesso ai testi dipende dai contratti che gli atenei firmano con i grandi editori. Quando la via ufficiale si blocca, restano i cataloghi di libri usati e rari — utili per scovare chicche, ma legati ai capricci del mercato. Il limite di fondo, però, è un altro: i motori tradizionali non capiscono il significato delle parole, ma cercano solo sequenze di lettere. Se un termine ha più significati, tocca a noi fare la cernita. La vera svolta si chiama Web Semantico, un’idea di Tim Berners-Lee per trasformare la rete in un database intelligente. Tramite etichette e codici univoci, “2022” smette di essere un numero qualunque: il computer comprende che si tratta di un anno, e non di un peso o di un codice bancario. L’esempio più concreto è Wikidata, la banca dati alla base di Wikipedia. Assegnando una specie di carta d’identità digitale a ogni concetto, elimina le ambiguità: qualsiasi macchina riesce a distinguere lo scrittore Fëdor Dostoevskij dal cratere di Mercurio che porta lo stesso nome OPPRESSIONE E LIBERTA’ DI AVERE UNA PROPRIA OPINIONE. Negli ultimi anni la censura non passa più dai libri bruciati o dai giornali chiusi: oggi basta spegnere Internet. Nel 2024 si sono registrati 296 blackout digitali in 54 paesi, quasi sempre in concomitanza con proteste o elezioni, trasformando il controllo della rete in un nuovo strumento di pressione politica. Dalla Russia alla Turchia, fino alla Cina, intere piattaforme vengono oscurate per limitare ciò che i cittadini possono vedere. La censura odierna, tuttavia, sa essere ancora più sottile: post rimossi, video oscurati e testimonianze che scompaiono nel nulla. Human Rights Watch ha documentato oltre 1050 contenuti cancellati sulla situazione in Palestina tra il 2023 e il 2024, che spesso erano semplici racconti di persone comuni. In un mondo in cui l’informazione è così filtrata, il rischio è cadere nell’ascertainment bias (bias di accertamento): vedere solo una parte dei fatti e scambiarla per la realtà intera. È la stessa dinamica raccontata nel romanzo 1984 di George Orwell, dove la verità esiste solo se qualcuno permette di leggerla. Questa dinamica si riflette anche nella vita quotidiana, ad esempio quando leggiamo solo ciò che confirma le nostre idee o ci fermiamo alla prima notizia trovata sui social. Ma come facciamo a capire cosa è vero, se quello che vediamo è solo una parte della realtà? A questa censura tecnologica si affianca una censura sociale altrettanto pericolosa. Nel dibattito pubblico contemporaneo si assiste a un paradosso evidente. Nonostante la moltiplicazione dei canali di comunicazione per esprimersi, lo spazio per il pensiero originale e non allineato si è ristretto. Oggi, esprimere un’opinione non avvia un confronto, ma genera stereotipi. Manifestare dubbi o difendere tradizioni comporta etichette automatiche. Questo meccanismo di associazione è il vero nemico della libera espressione. La tendenza a stereotipare nasce da una pigrizia cognitiva ed emotiva. Lo stereotipo è una scorciatoia mentale per evitare la fatica dell’ascolto. Inserendo l’interlocutore in una fazione si attiva una semplificazione. Ciò porta a identificare, svalutare e cancellare il dialogo sul nascere. Il timore di subire stereotipi genera la pericolosa spirale del silenzio. Percependo il rischio di stigmatizzazione, le persone scelgono di tacere. Nasce così un conformismo di facciata che impoverisce la società. Le idee non si valutano più per la loro validità, ma per la sicurezza sociale. Per liberare le opinioni serve decostruire il binarismo di media e social network. L’essere umano è un ecosistema complesso, ricco di sfumature critiche. Il pensiero critico può sostenere idee apparentemente contraddittorie. Uscire dagli stereotipi richiede uno sforzo individuale e collettivo. Bisogna presumere la buona fede altrui tramite la carità interpretativa. È fondamentale separare l’opinione dall’identità morale di chi parla. Il dissenso va accettato senza personalizzarlo né demonizzare l’interlocutore. La vera libertà è essere ascoltati per ciò che si dice davvero. Non consiste nell’accettare passivamente ciò che appare, ma nel cercare altre fonti, confrontarsi, dubitare quando serve e continuare a farsi domande per costruire una propria visione critica del mondo. In questo percorso di liberazione, la fotografia si pone come irruzione del reale e spazio di libertà, non solo per conoscere il mondo ma anche per liberarlo. Essa rappresenta l’irruzione della verità davanti a una narrazione che spesso non la permette. Il potere non domina solo con la forza, ma anche attraverso le narrazioni: decide cosa è dicibile, cosa è visibile e cosa è vero. Questa immagine è diventata il simbolo universale della libertà. Un uomo da solo si pone davanti ai carri armati: un singolo individuo che si oppone a una macchina immensa, quella del potere. In Cina questa immagine è stata censurata; di conseguenza, non solo non circola, ma è come se non esistesse. La verità sparisce e, con essa, anche la possibilità di pensarci liberi. Nel contesto della Palestina la fotografia assume un significato ancora più forte: non solo raccontare, è resistere. Giornalisti, fotografi e civili documentano bombardamenti, distruzione e vite spezzate, sapendo che farlo potrebbe costare loro la vita. Essere testimoni diventa pericoloso quando la verità disturba. La fotografia qui assume un doppio valore: la libertà di mostrare ciò che il potere vorrebbe nascondere e la libertà di esistere come popolo, perché essere invisibili significa essere negati. GUARDA IL VIDEO Condividi questo articolo Facebook Twitter Email Print Whatsapp Linkedin Visite: 2.279 CONTINUA A LEGGERE SU OGGIMILAZZO.IT