Sebastiano Puliafito

Rimane senza un colpevole l’ultimo omicidio di mafia avvenuto a Milazzo. Nell’ambito del processo “Nemesi”, la Corte d’Assise di Messina ha condannato all’ergastolo Giovanni Rao, 60 anni di Castroreale (omicidio Tramontana) e Antonino “Nino” Calderone, 46 anni, inteso “Caiella (omicidio Bonomo) ed ha assolto con formula piena “per non aver commesso il fatto”, l’imprenditore Sebastiano Puliafito, 56 anni, originario di Barcellona e residente a Milazzo (omicidio Oteri). Nel processo durato quasi due anni Puliafito era accusato da due collaboratori di giustizia, Carmelo D’Amico e Aurelio Micale, dell’omicidio di Stefano “Fano” Oteri, ucciso a colpi d’arma da fuoco la sera del 27 giugno 1998, mentre era seduto davanti all’abitazione della sorella, a Milazzo, in via Spiaggia di Ponente, da sicari sconosciuti sopraggiunti in sella ad una moto.

Secondo l’accusa Oteri non veniva tollerato dall’organizzazione mafiosa di Barcellona perché non era inserito “nell’associazione” ma “si atteggiava a boss”, si legge nelle carte processuali. L’associazione fatta con Puliafito, tale da creare inizialmente un movente, era legata ad una presunta lite pregressa tra i due che aveva reso credibile l’accusa al punto da portare il pubblico ministero a chiedere la pena esemplare dell’ergastolo.
Secondo il pentito più accreditato D’Amico lo scontro fu conseguenza del fatto che Oteri commetteva furti ed altri atti vandalici in danno delle persone che pagavano il pizzo a Puliafito. Più volte Puliafito, ritento vicino al boss Sam Di Salvo, lo aveva richiamato ma Otera continuava a creare fastidio. E dopo un furto di nafta ad una ditta sottoposta a protezione – secondo i pentiti – Puliafito avrebbe ottenuto da Di Salvo l’autorizzazione ad eseguire l’omicidio.
 
ACCUSE FALSE CONTRO L’EX CONSIGLIERE COMUNALE. Secondo l’ipotesi d’ accusa formulata nel capo di imputazione che si contestava a Puliafito, adesso assolto per non aver commesso il fatto, lo stesso avrebbe agito, anche se non ci sono stati assolutamente riscontri a sostegno di questa ipotesi, assieme all’ex consigliere comunale di Milazzo Stefano Ruvolo.  Numerosi gli elementi che la difesa nel corso dell’estenuante processo avviato nel dicembre 2019 ha introdotto a confutazione dell’accusa di omicidio. A non corrispondere neanche il calibro della pistola utilizzata.
Se degli altri indagati, grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, già si conoscevano le ipotesi sui coinvolgimenti in diversi omicidi di mafia, nulla invece si sospettava su Sebastiano Puliafito, che è stato sempre accusato di reati minori, dalle estorsioni, allo spaccio di droga e quasi sempre uscito indenne dai procedimenti giudiziari. L’accostamento tra Puliafito e Ruvolo sarebbe stato fatto anche perché i due avevano vissuto insieme una disavventura giudiziaria che dopo 17 anni si è conclusa definitivamente nell’aprile 2017 con piena assoluzione a seguito di annullamento della sentenza in Cassazione.

L’avvocato Pinuccio Calabrò

Sull’assoluzione di Puliafito, per il quale i magistrati della Procura distrettuale antimafia, Vito Di Giorgio e Francesco Massara, entrambi presenti alla lettura del dispositivo di sentenza avevano chiesto la condanna all’ergastolo, esprime un giudizio positivo il difensore “storico” di Puliafito, l’avvocato Pinuccio Calabrò che assieme al collega Tommaso Autru Ryolo lo hanno difeso nel processo. «La soddisfazione più grande in questa vicenda non è quella di aver vinto in primo grado il processo, ma che sia stata rispettata la giustizia», ha commentato l’avvocato Calabrò.
 
DUE ERGASTOLI. I giudici della Corte d’Assise, presidente Massimiliano Micali, a latere Giuseppe Miraglia, hanno condannato, invece, alla pena dell’ergastolo, i boss Giovanni Rao, 60 anni di Castroreale, soggetto preposto al vertice dell’organizzazione mafiosa della “famiglia dei Barcellonesi” e l’ex macellaio Antonino “Nino” Calderone, 46 anni, inteso “Caiella”, uno dei più spietati sicari della mafia locale, entrambi riconosciuti colpevoli di due distinti delitti. Rao in quanto mandante dell’uccisione dell’emergente Mimmo Tramontana assassinato nella notte del 4 giuigno 2001 sulla litoranea di contrada Caldà mentre faceva ritorno da Milazzo verso la sua casa; Calderone, invece, dell’uccisione di Santi “Santino banana” Bonomo, il quale con le sua azioni delinquenziali di piccolo cabotaggio dava fastidio alla mafia (freddato con diversi colpi di pistola sparati alla testa) e della successiva sparizione con il sistema della lupara bianca del corpo, fatto questo che risale al 12 dicembre 1997.

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