ISTITUTO MAJORANA. Giovedì 16 maggio all’Itt Ettore Majorana si è tenuto il convegno “Quasimodo operaio di sogni. Il figlio Alessandro racconta il viaggio poetico del padre”. Alessandro Quasimodo, scrittore, poeta, attore, regista e letterato, nonché figlio del premio Nobel Salvatore Quasimodo, di cui quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario del conferimento dell’onorificenza, ha offerto una lezione magistrale interagendo e rispondendo alle numerose domande proposte da tutta l’assemblea studentesca riunita in Aula Magna per un evento di rilevante spessore culturale.

Lei ha rilasciato un’intervista per un quotidiano nazionale in cui allude ad un atteggiamento controverso di suo padre nei confronti della Sicilia, da un lato provava amore ma dall’altro provava sofferenza per la realtà che trovava quando tornava. Qual è il suo pensiero?

Sono perfettamente d’accordo perché ogni volta che anche io torno in Sicilia rimango in qualche modo deluso e ritengo che si debba cambiare mentalità. Poi è innegabile che la Sicilia abbia un mare unico e dei bellissimi panorami.

Suo padre trascorse l’infanzia in Sicilia ed ebbe un forte legame con la nonna Rosa Papandrea, figlia di profughi greci, infatti egli stesso in più occasioni si definì  siculo-greco. Che rapporto ha lei con la cultura greca?

Chiaramente apprezzo molto la cultura greca, d’altronde la grande cultura viene da lì. La Grecia è stata la culla della nostra cultura infatti molti filosofi, intellettuali e pensatori provenivano da lì e mio padre si vantava di avere una nonna greca.

Come ci si sente a portare un cognome così importante?

Con il tempo ci si abitua. I miei genitori non erano sposati, infatti prima ho portato il cognome di mia madre, Cumani, ma alla fine sono stato riconosciuto con il cognome Quasimodo. Ho avuto qualche problema a scuola poiché i professori pensavano che mio padre mi aiutasse ma non era così, infatti io ero talmente orgoglioso che volevo fare tutto da solo. Solamente una volta mi feci aiutare da mio padre per scrivere un sonetto sul Natale.

Nel suo recital poetico “Operaio di sogni” che cosa ha catturato maggiormente l’attenzione del pubblico?

Il recital si chiama “Salvatore Quasimodo, operaio di sogni” e penso che la poesia dedicata alla prima moglie di mio padre abbia catturato maggiormente l’attenzione del pubblico.

Lei è stato definito da molti critici un “missionario della poesia“ perché percorre tale compito rinunciando a incarichi teatrali e cinematografici. Inoltre, ha dato un importante contributo allo sviluppo e alla diffusione della poesia quasimodiana. Pensa che questo genere si possa ancora diffondere?

Io penso di si, altrimenti non sarei qui. Secondo Quasimodo la parola suscita un’immagine e quando il pubblico entra in sintonia con l’altra parte si crea un teatro attivo.

Lei ha collaborato con diversi teatri nazionali e internazionali, con la Rai e con la radio svizzera in lingua italiana e anche con molti istituti di cultura all’estero. Crede che oggi la cultura quasimodiana possa divulgarsi attraverso i social?

Io penso di si, perché da quello che vedo e noto Quasimodo è ancora uno dei poeti più amati. Inoltre, credo anche che sia il poeta più moderno e più vicino a voi per il linguaggio da lui usato.

Ha detto che nella fase adolescenziale il rapporto con suo padre non era proprio bellissimo. Invece con la letteratura aveva “rapporti”?

Si poiché a casa arrivavano continuamente libri e lui si divertiva a fare la parodia di alcuni poeti leggendoli ironicamente. Io ho iniziato a leggere a 4 anni e fin da subito ho iniziato ad appassionarmi alla letteratura, a Dante e in particolare ai personaggi di Paolo e Francesca. Poi ho cominciato a leggere tutto quello che mi capitava.

Ha detto che inizialmente aveva un rapporto abbastanza distaccato con suo padre che è andato migliorando dopo essere tornato in Sicilia. Quest’avvicinamento ha cambiato il suo modo di vedere le cose?

Sicuramente si. Entrare a contatto con gli ambienti, le persone e i paesaggi da mio padre descritti rendevano tutto più concreto mentre prima mi era tutto troppo astratto.

Lei è un intellettuale, uno scrittore, un regista, ma quale ambito sente più suo?

Preferisco il ruolo dell’attore poiché mi permette di comunicare parlando di poesia.

Quale ruolo ha avuto sua madre nel suo essere nato Alessandro ed essere diventato Alessandro Quasimodo?

Un ruolo importantissimo infatti ho iniziato a coltivare la passione per il teatro sin da quando lei mi portava ad assistere ai suoi spettacoli. Standole accanto ho appreso gran parte della sua formazione musicale e, inoltre, mi ha educato al bello, non esteriore ma interiore.

In una società globalizzata e tecnologica come la nostra c’è spazio per la poesia?

Occorre cercare di non farsi globalizzare e lottare per non diventare la pedina di un grande sistema, ovviamente si accetta tutto, ma la tecnologia bisogna sfruttarla per approfondire gli argomenti che più vi interessano come ad esempio la danza, la poesia e la storia.

Suo padre è stato etichettato con diverse espressioni spesso in contrasto fra loro come “operaio di sogni” e “fico d’india”, può fare chiarezza su quest’aspetto?

I critici hanno il ruolo di criticare e giudicare e il critico amico di Montale denigra Quasimodo ad esempio. Sono come appartenenti a delle religioni monoteiste e tutto ciò che non rientra al loro interno viene criticato.

A quale componimento di suo padre è più legato e perché?

Sono molto legato a “Lettera alla madre” ma mi piace molto anche “L’alto veliero” perché secondo me questa poesia dà inizio a una nuova poetica di Quasimodo.

Durante la sua infanzia Salvatore Quasimodo si trasferì a Messina subito dopo il terremoto del 1908, conservava qualche ricordo in particolare di quel periodo?

Quel momento è ampiamente descritto nella poesia “Al padre”. Raccontava di aver vissuto per due anni della sua infanzia in un carro ferroviario senza acqua, luce e alcuna comodità e questo periodo lo aveva costretto a crescere in fretta impedendogli di viversi l’infanzia.

La poesia di Quasimodo ruota attorno alla Sicilia e alla città di Milano. Suo padre riuscì mai a sentire la città di Milano casa sua?

Si, assolutamente. Milano lo ha accolto e lì mio padre trovò un gruppo di persone con cui dialogare, parlare e instaurare un rapporto di amicizia tale da farlo sentire a casa.

SARA GITTO, ANTONIO GITTO III C BS

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