L’imprenditore milazzese Vincenzo Pergolizzi ha riottenuto i beni personali e della sua famiglia confiscati con sentenza del Tribunale di Messina nel 2012 in quanto all’epoca accusato di essere vicino ai clan barcellonesi. Si tratta di costose automobili, una imbarcazione di lusso, appartamenti, centinaia di migliaia di euro. A deciderlo è una sentenza del 31 gennaio scorso della Corte d’appello di Reggio Calabria presieduta da Bruno Mascolo che, di fatto, riforma il decreto di confisca per associazione mafiosa a carico di Pergolizzi. Il ricorso è stato presentato anche dalle figlie Sonia e Stefana e da altri quattro soggetti che – secondo l’accusa – avrebbero fittiziamente ottenuto l’intestazione di parte dei beni.

La Corte reggina non solo non ha accolto la richiesta di applicazione nei confronti della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, ma nemmeno dell’adozione della misura patrimoniale della confisca di tutti i beni in esso indicati, disponendone la restituzione agli aventi diritto.

Già nel 2015 su disposizione della Cassazione era stata revocata la confisca di prevenzione su alcune quote societarie e immobili. Secondo la Corte, che si riferisce al periodo compreso tra i primi anni ’90 e il 2005 «seppure pacificamente siano emersi i legami del proposto con personaggi anche di spicco della criminalità organizzata, intrattenuti nel tempo, non è possibile ritenere sussistenti apprezzabili e certi elementi dimostrativi della contiguità rilevante quale quella delineata dalla Suprema Corte nel provvedimento del 14 settembre 2016, non essendo emerse concrete condotte in tal senso».

Per il periodo 2005/2008, invece, «gli elementi emergenti…non attestano…i vantaggi…che sarebbero derivati da una non meglio consorteria mafiosa dell’attività del preposto».

In sintesi la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha accolto la tesi difensiva ritenendo che «nei confronti del Pergolizzi non sono emersi elementi di pericolosità sociale qualificata». Il collegio di difesa dei ricorrenti è composto dai legali Vincenzo Isgrò, Pinuccio Calabrò, Alberto Gullino e Saverio Campana.

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