MERCOLEDI’ 5 AGOSTO. Dalle prime luci del giorno al crepuscolo, doppio appuntamento per il Festival “Teatro dei Due Mari” di Tindari con gli spettacoli “All’alba Ettore muore due volte”, di Vincenzo Pirrotta, e “Argonauti – Giasone e Medea”, con Cinzia Maccagnano e la regia di Aurelio Gatti.

A dare il via alle danze, alle 5 del mattino, sarà la rappresentazione di Pirrotta, che metterà in scena la morte di Ettore per mano di Achille narrata nel ventiduesimo libro dell’Iliade, considerato uno dei più commoventi e alti di tutta la letteratura omerica. Una scelta, quella del puparo e cantastorie palermitano, allievo di Mimmo Cuticchio ed erede della tradizione dei cuntisti, dettata dall’esigenza di trasmettere tutta la potenza del verso orale, antico e attuale al contempo.

Il brano, estremamente musicale come previsto dalla tradizione classica, verrà messo in relazione dall’autore con un altro suo testo, “La Fuga di Enea”, incentrato sulla morte del figlio primogenito di Priamo. Grande merito va al traduttore Daniele Ventre, insignito per questa nuova traduzione del Premio Marazza 2011, che con grande cura per la metrica originale e un sistematico svecchiamento di termini ormai desueti ha reso questa versione del testo omerico adatta ad essere letta ad alta voce, così come era stata concepita dall’autore (o dagli autori). Lo spettacolo verrà allestito nel suggestivo scenario del Teatro Greco, illuminato dai primi bagliori dell’aurora.

Sempre a Tindari, ma alle 21.15, sarà la volta di “Argonauti – Giasone e Medea”, una delle più grandi epopee del mondo antico. Insuperabile dal punto di vista della complessità dell’intreccio, la rappresentazione è un viaggio di sola andata per danza‚ teatro e musica incentrato sul folle amore di Medea (interpretata magistralmente dall’attrice siciliana Cinzia Maccagnano) per Giasone.

La spedizione per la presa del vello d’oro a bordo della nave Argo è un’avventura onirica e visionaria, che permette agli Argonauti di raggiungere il fondo della loro anima, quel luogo remoto e inviolato dove appare la luce della coscienza e della consapevolezza. «Quando finalmente la nave Argo approda sulle coste elleniche – si legge nelle note di regia – gli Argonauti si rendono conto che non portano con sé solo il prezioso e magico vello d’oro, ma ognuno ha acquisito doni più grandi come la coscienza dell’essere e la conoscenza dell’ignoto. Le avventure e le continue peripezie li hanno forzatamente coinvolti in situazioni imprevedibili, proiettandoli in mondi sconosciuti e a contatto con civiltà ignote, dai costumi e dalle idee spesso diverse, se non addirittura opposte alle loro». E proprio la capacità di mettere in campo le proprie certezze, mettendole a confronto con altre culture, fu senz’altro la vera dimostrazione di spregiudicata intelligenza degli Argonauti, così come lo è ancora oggi per tutti i “navigatori” che decidono di uscire dalla rotta stabilita dalla convenienza e dalle consuetudini per rischiare di stravolgere le proprie convinzioni.

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