Trent’anni dopo l’uccisione di Rocco Chinnici, ideatore del pool antimafia, primo delitto eccellente eseguito dalla mafia con la tecnica della strage terroristica, emergono nuovi aspetti di scottante attualità: documenti, rivelazioni, chiavi di lettura sull’attentato e sullo scenario di morte negli anni Ottanta a Palermo. A rivelarli il giornalista milazzese Fabio De Pasquale e la collega Eleonora Iannelli nel libro Così non si può vivere, Rocco Chinnici: la storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili” (Castelvecchi editore, collana RX). La prefazione è del presidente del Senato Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia, giovane collega del consigliere istruttore. De Pasquale, figlio di due docenti in pensione di Milazzo molto noti in città (Lina De Pasquale, per anni docente alla Media Luigi Rizzo e Carmelo De Pasquale, in passato direttore della sede mamertina dell’Istituto Agrario) è portavoce del presidente del Parlamento regionale. De Pasquale, già caporedattore del settimanale siciliano “Centonove”, collaboratore di alcune testate nazionali, è stato vincitore, nel 1998, per le sue inchieste sul malaffare messinese, del premio nazionale di giornalismo “Saint Vincent”. Eleonora Iannelli, invece (i due sono marito e moglie)  dal 1996 è corrispondente del “Giornale di Sicilia” e da molti anni collabora con alcune testate del “Sole 24 ore”. È stata direttore di due emittenti televisive messinesi. Ed è autrice di due saggi, Messina 1908-2008, un terremoto infinito (Kalòs), e Messina ritrovata (Bonanzinga).

Iannelli, Grasso, De Pasquale

De Pasquale e Iannelli pubblicano stralci di un diario inedito autografo che accusa e una lettera del “papa” della mafia alla vedova. Si scopre perfino un filone di processo “dimenticato”, quello contro un giudice imputato di corruzione per aver “aggiustato” una sentenza. Per 200 milioni, come affermarono i pentiti, avrebbe assolto mandanti e killer della strage Chinnici, ma il faldone, trasferito per competenza dal tribunale di Reggio Calabria a quello di Palermo, fu “insabbiato”. Il procedimento non venne mai iscritto a ruolo. “Il saggio, al di là dell’inchiesta – come spiegano gli autori – vuole essere un tributo a una vittima di mafia rimasta nell’ombra, a causa anche del lungo processo durato vent’anni, durante il quale i figli preferirono astenersi da dichiarazioni e commenti. Oggi, Caterina, Elvira e Giovanni Chinnici, assieme ai testimoni dell’epoca – magistrati, avvocati, investigatori e cronisti, sopravvissuti a quella stagione di sangue, – raccontano tutta la verità sulla strage “annunciata”, sull’isolamento e la delegittimazione fuori e dentro il Palazzo di giustizia, sulle lettere e le telefonate di minaccia in piena notte. Fino a quella torrida mattina estiva, alle 8.05, quando saltò in aria una 126 carica di tritolo, posteggiata lì da Giovanni Brusca, lo stesso killer di Capaci”. Di Rocco Chinnici dava fastidio pure il suo zelo nel divulgare la cultura della legalità, in giro nelle scuole e nelle università. Chinnici amava incontrare i giovani, per parlare di antimafia, di lotta alla droga, di una Sicilia libera, quando ancora nessuno si sognava di farlo. In appendice viene pubblicato, per la prima volta, il testo autografo del diario del giudice, un’agenda nella quale Chinnici annotava commenti e osservazioni estemporanee su vari episodi del Palazzo e sui rapporti con colleghi e superiori.  Il libro, 288 pagine, è corredato da fotografie tratte dall’album della famiglia (18,50 euro).

 

 

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