LA CURIOSITA’. L’Università di Palermo in collaborazione con quella californiana di Standford svelano nuovi particolari delle grandiose navi da guerra impiegate nelle battaglie tra antichi Romani e Cartaginesi nel mare di Milazzo. Grazie all’analisi chimica di un rostro appartenuto a un’imbarcazione affondata 2.300 anni fa e ritrovato nel 2008 al largo di Acqualadroni, vicino Messina. Aveva preso parte alla battaglia di Milazzo, durante la prima guerra punica nella quale partecipò il valoroso Caio Duilio (a lui è dedicata la piazza che si affaccia alle spalle del municipio). Quella nel mare antistante la città mamertina  fu la prima storica vittoria di Roma contro la più esperta flotta navale di Cartagine.

Il rostro ritrovato a Messina

Lo studio, pubblicato sulla rivista Analytical Chemistry, è stato condotto dall’universitò di Palermo in collaborazione con l’università californiana di Standford. Non soltanto la ricerca ha permesso di ricostruire la storia del rostro usato per speronare le navi nemiche, ma di individuare un pericoloso e attualissimo ‘nemico’ invisibile che minaccia la conservazione di questo tipo di reperti archeologici. I ricercatori hanno scoperto che il rostro bronzeo di Acqualadroni nasconde un ‘cuore’ di legno che si è preservato nel corso dei secoli perchè sepolto sotto il fondale marino. La datazione mediante analisi del carbonio-14 ha rivelato che il rostro apparteneva ad un’imbarcazione affondata nel 260 a.C.: il teatro dello scontro fu la battaglia di Milazzo, agli inizi della prima guerra punica. Studi precedenti avevano fatto luce sull’origine dei metalli utilizzati per la fabbricazione del rostro, che probabilmente arrivavano dalla Spagna o forse da Cipro. La storia e le condizioni di conservazione del legno, invece, sono stati studiati per la prima volta dai ricercatori palermitani insieme ai colleghi statunitensi dello Slac (Stanford National Accelerator Laboratory). Le analisi hanno permesso di scoprire che la struttura portante del rostro era fatta di legno di pino impermeabilizzato con catrame vegetale di pino. I ricercatori hanno inoltre rilevato la presenza nel legno di grandi quantità di zolfo che rischia di trasformarsi in acido solforico, una sostanza estremamente corrosiva che minaccia la conservazione di questi reperti. Una strategia per limitarne la formazione, secondo i ricercatori, potrebbe essere quella di rimuovere l’ozono dai locali museali in cui sono conservati. (fonte Ansa)

 

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