VIDEO. Era appena iniziato il mese di luglio del 1794. Il pescatore “vaccariddòto” Giacomo Maiorana detto Spada, approfittando del nuovo bando – da poco approvato a Messina dalle autorità governative – che revocava il precedente divieto di pesca entro le tre miglia di distanza dalle camere della Tonnara del Tono, decise di andare a calare la propria rete «’u mar d’arrèti», lungo il litorale di Ponente. Munitosi della consueta autorizzazione rilasciata dagli appaltatori che si erano aggiudicati la riscossione della gabella del pesce nel territorio comunale di Milazzo, si diresse nello specchio d’acqua antistante il convento di S. Papino, spingendosi a poco a poco sino alla Grotta di Polifemo, dove parecchi suoi colleghi di Vaccarella, i “tonnaròti”, erano intenti a catturare con le loro braccia nerborute giganteschi esemplari di tonni.

Vincenzo Maiorana

La presenza di Giacomo “Spada” sotto la possente rocca del Castello non passò inosservata, tanto da suscitare le severe rimostranze degli aristocratici comproprietari della Tonnara del Tono, Giovanni Calapaj ed il marchese Tommaso Mariano D’Amico, i quali contestarono al pescatore Maiorana la pesca in prossimità delle reti di tonnara, avendolo infatti sorpreso a pescare «contro ogni giustizia (…) dentro il codardo (…), quasi nella bocca della stessa [tonnara], sotto il Castello di detta città». Contro ogni giustizia, dunque. Eppure il povero Giacomo Spada stava operando nel pieno rispetto della normativa vigente. Vero è che, di norma, bisognava distanziarsi tre miglia da camere e codardo di tonnara ogni qual volta si andavano a calare a Ponente le “minàite”, così si chiamavano le reti impiegate dai piccoli pescatori per catturare le acciughe: a tal proposito, infatti, alla vigilia di ciascuna stagione di pesca del tonno, il Segreto, l’autorità tributaria di Milazzo, approvava un bando a favore delle tonnare cittadine che vietava, nei mesi di maggio e giugno, la piccola pesca entro tre miglia di distanza dalle reti delle medesime tonnare. E’ altrettanto vero però che quel bando, adottato nell’aprile del 1794 dal Segreto pro-tempore, il barone milazzese Giovan Battista Lucifero, era stato modificato ben due volte dalle autorità governative di Messina, e l’ultima modifica consentiva appunto ai piccoli pescatori la pesca in prossimità di camere e codardo «senza più la prescrizione di dover stare lungi tre miglia dalla detta tonnara del Tono». Giacomo Maiorana agì dunque nel pieno rispetto delle regole. Ciò nonostante – peraltro ben consapevole della propria posizione sociale, lui era un umile pescatore, ben poca posa a fronte della schiacciante superiorità dei suoi avversari, gli influenti ed aristocratici comproprietari della Tonnara del Tono – non mancò di attribuire la colpa della sua incursione quasi piratesca nello specchio d’acqua antistante la rocca del Castello alla corrente marina, la “rema” come la chiamano ancor oggi i pescatori di Vaccarella, rilasciando così alle autorità competenti questa sarcastica e beffarda dichiarazione: «al mare di dietro (…) io ho calato, con la licenza dei gabelloti, sotto San Papino, e poi la rema ci portò sotto il Castello; non fu colpa mia» (cfr. A. Calapaj, La Tonnara del Tono e i piccoli pescatori in «Milazzo Nostra», novembre 2004, pagg. 29 e segg.). Giacomo Maiorana detto “Spada”, figlio di “patron” Francesco e di Rosa D’Amico, nacque intorno al 1744, sposò Rosa Cambria, dalla quale ebbe nel 1781 il piccolo Francesco, cui avrebbe lasciato in eredità l’umile professione di pescatore unitamente al soprannome, e morì a Milazzo il 9 dicembre 1803: i suoi funerali furono celebrati nella chiesa del suo rione marinaro, S. Maria Maggiore, sotto le eleganti volte affrescate quarant’anni prima dal pittore Scipione Manni, napoletano di nascita ma vaccariddòto d’adozione, tanto da possedere, così come i pescatori del rione, una barca ed una minàita. Giacomo Maiorana era il nonno del nonno del baffuto pescatore Francesco Maiorana (1876-1965), anch’egli soprannominato “Spada”, che gli anziani di Vaccarella ricordano ancor oggi al lavoro con sciabica, ragno, lacciara e soprattutto con la minàita, la rete impiegata alla fine del Settecento da quel suo avo temerario che osò sfidare i potenti comproprietari della Tonnara del Tono, dove, ironia della sorte, avrebbe trovato impiego, quale tonnoroto, Stefano “Spada” (1911-1989), figlio del suddetto Francesco e fratello del pescatore Antonino (1904-1977), dal cui matrimonio con Vincenzina Della Candelora sono nati Franco, Salvatore e Vincenzo “Spada”, quest’ultimo vero e proprio decano dei pescatori di Vaccarella, tanto da essere intervistato dalla presentatrice televisiva Donatella Bianchi nel corso della nota trasmissione Rai “Lineablu”, ambientata proprio a Vaccarella nel luglio del 2009, in quello stesso mese in cui Giacomo, 215 anni prima, calò spavaldamente la sua minàita in prossimità della Grotta di Polifemo. [Un ringraziamento affettuoso a Giovanni Lo Presti per avermi fornito i dati su Scipione Manni e per aver ricostruito su mia richiesta l’albero genealogico della famiglia Maiorana].

MASSIMO TRICAMO

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