Salvatore Cento, Ture per parenti ed amici, è un vaccariddòto verace, nonostante nel 1956, a soli 13 anni, abbia dovuto abbandonare Milazzo per emigrare a New York (Staten Island). Statunitense d’adozione, ha acquisito la cittadinanza americana nel 1964, tornando comunque in Italia spesso e volentieri per riabbracciare i propri cari e gli amici di sempre. Nel 1990 ha riconquistato lo status di cittadino italiano, ben consapevole ed orgoglioso delle proprie origini, alle quali è rimasto saldamente ancorato: Salvatore, non a caso, è un geloso custode delle memorie della sua Vaccarella, una preziosa fonte d’informazione per le ricerche condotte dallo scrivente.

Salvatore cento

 

Giorno dopo giorno, inviando via mail dalla lontana New York lunghe e dettagliate corrispondenze nonché gustosissime fotografie scattate a Vaccarella durante le sue periodiche vacanze “italiane”, ha di fatto scritto inconsapevolmente uno straordinario diario di ricordi in cui emergono figure a volte dimenticate, a volte ancora vive nella memoria collettiva del borgo marinaro, oggi sempre più soffocato dall’avanzata dei pontili galleggianti, voluti da una nautica da diporto che sta gradualmente seppellendo la secolare storia peschereccia di Vaccarella.

Dai ricordi di Salvatore emergono in primo luogo il nonno materno, Giuseppe Cusumano, ed i suoi tre figli Saverino, Nino e Pasqualino, tutti deceduti ad eccezione di Saverio, ormai prossimo ai novant’anni ma ancora arzillo ed in forma, tanto da recarsi quotidianamente al bar di S. Maria Maggiore con la sua motoape. Loro erano gli “Scilla”, abitavano in via Scopari ed erano dei veri e propri maestri nella pesca col conzo. I tre fratelli erano ancora giovani, quando, verso la fine degli anni Quaranta, andavano a pescare con l’àngamo, suscitando l’eccitata ammirazione dell’allora piccolo Salvatore: «mio nonno ed i miei zii andavano a pescare con l’àngamo quasi ogni fine settimana. Mio nonno aveva alcuni clienti che la domenica mattina, approfittando del giorno di riposo, andavano a pescare con la lenza nella “Pràia”, ossia nell’area dove oggi sorge la Raffineria e dove sino agli anni Cinquanta si pescavano, tra l’altro, stupende aiule. I pescatori dilettanti della domenica compravano da mio nonno le esche di cui avevano bisogno, i gamberi, che gli “Scilla” catturavano appunto con l’àngamo, iniziando a pescare intorno all’una della notte tra sabato e domenica. L’àngamo veniva calato a fondo e “carreggiato” dietro la barca a forza di remi, sino a quando si riempiva di tutto quello che si trovava sul fondo marino. Dopo aver eseguito 3-4 “calàte”, ritornavano a casa disponendo sopra la tavola l’intero pescato: si sedevano tutti e quattro attorno al tavolo per selezionare i gamberi da assegnare ai clienti. Nel far questo, parlavano tra loro pian pianino per non svegliare gli altri, ma io, che rimanevo sveglio ad aspettarli, non appena ritornavano scappavo dal letto per raggiungerli a tavola: il richiamo era troppo forte, tutta quella vita marinara mi affascinava tantissimo; erano le meraviglie di un mondo nuovo che scoprivo settimana dopo settimana. C’era di tutto, perlopiù alghe, ma tanti, tanti gamberi e molti pesciolini che saltavano su e giù: c’erano cavallini di mare, stelle marine, boccòni, anzùni, granchi, cicale, ma anche pesci più grandi come “scoffane”, prècchie, aiule, lappe e sparagliòni. Gli “Scilla” possedevano un àngamo ed un altro “mestiere” simile nella forma ma di dimensioni minori: l’angamèddu. Alle prime luci dell’alba della domenica, i pescatori dilettanti giungevano in bicicletta per acquistare quei gamberi catturati durante la notte».

Particolarmente caro a Salvatore è lo zio Saverino “Scilla”, anche perché rappresenta oggi l’ultimo anello della catena, quell’anello che lo unisce idealmente ai propri cari che adesso non ci sono più. Come lo zio Nino “Scilla”, deceduto una mattina del 2005 nella spiaggia di Vaccarella, colpito da ictus proprio quando si apprestava a varare la propria imbarcazione per andare a pesca insieme al fratello Saverino. Tanti sono i ricordi che lo legano al vecchio lupo di mare ancora in forma: «quando venivo in vacanza a Milazzo, mio zio Saverino ogni tanto mi portava a pescare con lui. Calava il conzo nella Praia, catturando pettini, tracine e fagiani, pesci meravigliosi che in quello specchio d’acqua, oggi dominato dai complessi industriali, credo non esistano più. Una volta, pescando con lui lungo le coste del Capo, comparvero all’improvviso attorno a noi centinaia di delfini che saltavano freneticamente fuori dall’acqua: mi venne un gran fifa, anche perché in vita mia non avevo mai visto qualcosa di simile. Alcuni sguazzavano in prossimità della nostra barca: fu allora che, vedendoli avvicinare sempre più, mi rivolsi allo zio, domandandogli: “che facciamo adesso, ce la squagliamo?” E lui: “tranquillo, tranquillo… non avere paura, sono pesci docili, vedrai che non ci faranno del male” e continuò a salpare il conzo tranquillamente, come se nulla fosse. La mia paura non si placò, ma alla fine aveva ragione lui: quei delfini non ci procurarono il benché minimo fastidio».

I ricordi si accavallano nella mente di Salvatore, che con un pizzico di nostalgia rivive momenti, luoghi, personaggi e persino imbarcazioni della propria infanzia. Come il “buzzetto” a vela che il nonno ed i tre zii “Scilla” utilizzavano per la pesca alla fine degli anni Quaranta. Personaggi a tratti leggendari, come Pietro “Lilla”, imbarcato insieme all’eroico Luigi Rizzo ai tempi della Grande Guerra: «pare che il suo cognome fosse Salmeri. In pochi a Vaccarella si ricordano di lui», precisa Salvatore, che aggiunge: «morì in miseria da povero pescatore, tirava la sua barchetta sotto la chiesa di S. Maria Maggiore ed abitava in prossimità del Santuario di S. Francesco di Paola, in fondo alla via Scopari, strada in cui peraltro abitavo pure io».

Vaccarella era frequentata da personaggi a volte caratteristici. È il caso del casalòto «Ràsi Pippìnu», che negli anni Cinquanta, ormai anziano, andava a pescare per ingannare il tempo utilizzando «’u conzu ‘i pilu». Catturava anche “sicce” e “pruppicèddi”, zoppicava un poco a causa di un suo piede malandato, ma era sempre contento e sorridente. «Scherzava spesso, contrariamente a Pietro “Lilla” che invece era sempre triste e pensieroso. Come “Lilla” tirava anche lui la sua barchetta sotto S. Maria Maggiore. Non conosco il suo cognome e non so perche lo chiamassero “rasi”, titolo che sembra più un soprannome piuttosto che una sua reale qualifica in una delle diverse tonnare milazzesi. Una cosa è certa: lo ricordo con infinito affetto».

Sono tanti i pescatori che sfilano nella mente di Salvatore: suo zio Ture, il quale, così come il fratello Stefano Salmeri, tonnaroto al Tono, veniva chiamato affettuosamente “Mascialà”, forse storpiatura di Mascialài. Lo zio Ture Salmeri abitava in via Ventimiglia, a pochi metri dal pescatore Santo Russo detto “Santèdda” e da un’altra famiglia di esperti pescatori: gli “Stagno”. In via Scopari, non molto lontano dagli “Scilla”, abitavano i Cusumano detti “Pilùsu”, specialisti nella pesca con le tradizionali nasse di giunco, costruite a mano da loro stessi. Via Calcagno era invece il dominio incontrastato di Giacomino Scalzo, il conzo era la sua specialità, ma anche di altri pescatori. E ancora, a S. Maria Maggiore c’erano altri esperti pescatori, come il caro “Cicciu Specchiu” e Mico D’Amico, affettuosamente conosciuto a Vaccarella come “Micu Paddu”: «era fortissimo con il conzo. E’ morto diversi anni fa – precisa Salvatore – ma la sua maestria è stata tramandata agli anziani figli Santo e Franco, che impiegano diversi “mestieri” e che attualmente tirano la propria barca nei pressi della chiesa di S. Maria Maggiore, a pochi metri dal luogo in cui operavano prima di essere “sfrattati” dal porticciolo turistico».

Una lunga carrellata di personaggi, cui Salvatore non manca di affiancare i “mestieri” impiegati a Vaccarella dagli anni della sua infanzia: sciabiche, lacciare, conzi, nasse, lontri, angami e persino filòse. Così come non manca di ricordare una pesca eccezionale avvenuta nel 1959, quando Peppino Maisano “Marasùli” e suo fratello Salvatore catturarono, insieme ai loro colleghi abituali, uno stranissimo pesce, gigantesco, lungo una dozzina di metri e con una bocca talmente grande da poter ospitare un uomo, un pesce rimasto intrappolato nelle reti calate dai Marasole, i quali, malgrado la notevole esperienza, non furono in grado di identificare quella strana creatura, che presentava peraltro lunghi filamenti che uscivano dalle vie respiratorie.

La mente di Salvatore viaggia indietro nel tempo, ricordando anche qualche momento di apprensione che si presenta, a distanza di decenni, ancora oggi. Come quando gli raccontarono del figlio di un fratello del suo nonno materno Giuseppe Cusumano, disperso in mare a causa di una tempesta durante una battuta di pesca. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Si chiamava Sciavèri. «Questo cugino di mia madre abitava nei pressi dell’Asilo Calcagno. Intorno al 1950 ricordo che uscì una nuova canzone: s’intitolava “E la barca tornò sola” ed a cantarla era Franco Ricci. Ricordo in particolare l’inizio del testo: “erano tre fratelli pescatori”… Morirono in mare per salvare una straniera, e siccome i miei zii erano anch’essi tre fratelli pescatori e non di rado si trovavano in mezzo alle tempeste, e ben conoscendo peraltro la fine che purtroppo aveva fatto il loro cugino Sciaveri, da bambino avevo sempre una gran paura che a volte torna ancor oggi nei miei incubi».

Tra i racconti di Salvatore, abbastanza interessanti anche quelli tramandatigli dai suoi parenti e riguardanti il secondo conflitto mondiale: durante il mitragliamento che danneggiò la facciata di Palazzo Lucifero in Marina Garibaldi, facciata che a distanza di circa settant’anni presenta ancora i segni di quel mitragliamento, rimasero gravemente feriti la sorella di suo nonno Giuseppe, Francesca Cusumano, ed un parente dello stesso nonno, Angelo Cusumano: la prima perse un braccio, mentre il secondo una gamba. «Mio zio Nino, fratello del papà, rimase invece inchiodato a terra in mezzo alla strada di fronte alla chiesa di S. Maria Maggiore: fu salvato da un soldato tedesco che per salvarlo rischiò la vita».

MASSIMO TRICAMO

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